Consulenza c/o UICI PDF Stampa E-mail

Dal 2009 sono consulente psicologa per l’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti (sezione provinciale di Torino); presso la sede dell’UICI offro consulenza e sostegno psicologico ai familiari di persone disabili visive.

Chi ha da poco perso la vista e i suoi familiari spesso hanno la sensazione della vita che finisce, che non vale più la pena di essere vissuta; ci si sente incapaci di determinare attivamente e autonomamente il proprio futuro. Vi può essere la tendenza a chiudersi nel proprio dolore, nella propria sofferenza che appare incomunicabile e non condivisibile. Vi è il rischio di isolarsi a livello individuale, creando tensioni, fratture e pesanti silenzi nella coppia e/o nella famiglia, così come vi può essere una spinta al ritiro di tutto il nucleo familiare rispetto all’ambiente sociale circostante. Dall’altro canto può prevalere il bisogno di agire, cercando centri specializzati, professionisti, riabilitatori che possano curare/aggiustare. Quando le corse diventano sfrenate è possibile che il “fare” divenga una sorta di anestetico per non pensare e non sentire. “Ma il dolore richiede tempo per essere affrontato, vissuto, capito…” (Lanners, Salvo, 2002): di qui la necessità di ristrutturare la propria vita e di ripensarla, in primo luogo da un punto di vista affettivo ed emotivo. Talvolta vi è la paura di parlare perché le parole esprimono dolore e si pensa che sia meglio cercare di tenere dentro di sé la propria sofferenza per non far soffrire ulteriormente i propri cari; in questo modo, però, subentra anche il dolore della solitudine, vissuta come ineludibile e insuperabile.

 

Con il terapeuta il paziente inizia a sperimentare che il dolore è comunicabile e condivisibile.

Anche per i genitori lo spazio di ascolto psicologico può essere una grande risorsa: la nascita di un bambino disabile è una grossa ferita narcisistica, i genitori si rispecchiano nel bambino, ma quando il figlio è disabile questo non avviene. Crolla l’immagine del bambino “normale” e nella coscienza dei genitori si affacciano sentimenti di vario genere che possono incidere in modo molto evidente sui comportamenti futuri. Il bambino immaginato non c’è; davanti ai genitori c’è una realtà diversa. Spesso ci si concentra sulla mancanza, sulle cose da fare, ci si dimentica, ad esempio, di giocare con lui. E’ importante che i genitori possano essere supportati  nel processo di crescita del loro bambino che non vede o vede male, affinché non prenda il sopravvento la dimensione del “deficit”, dell’handicap, ma essi si possano considerare protagonisti della crescita del figlio, riconquistando il valore della intimità della famiglia intesa come momento generativo di affetti e sentimenti ma anche di osservazione, di conoscenza e di capacità di interpretare i bisogni del bambino. Il riconoscersi è un processo, non è qualcosa che avviene in un istante, in un momento preciso. Ci vogliono quindi tempo, tranquillità, supporto emotivo dall’esterno. Spesso, invece, la malattia, il danno e il riconoscimento dello stesso (la diagnosi), nonché il percorso medico, le ospedalizzazioni, le “corse” della speranza, travolgono e stravolgono la triade genitori-bambino. Viene rubato il tempo dell’incontro, del conoscersi e del riconoscersi. Da un lato, inevitabilmente scatta la necessità di delegare alle figure mediche, prima, e riabilitative, poi, la cura del proprio bambino, mentre il vissuto di impotenza si insinua. Dall’altro, le parole della diagnosi hanno, talvolta, il potere di “trasformare” il bambino, che ancora non aveva neppure avuto il tempo di trovare un proprio spazio e significato nella mente di un genitore, in un “forestiero, uno straniero del cuore…” che spaventa, che fa interrogare, che inquieta e che smarrisce.

Vi è, inoltre, il rischio che tanta sofferenza e dolore impediscano ai genitori di vedere il bambino nella sua interezza, di percepirlo solo come “occhi che non vedono, gambe che non si muovono o parole che non arrivano”. Scatta allora un bisogno forte di continuare a verificare le competenze del piccolo quasi come se il raggiungimento delle stesse potesse scongiurare il fantasma della disabilità “un bambino richiede tempo per essere accudito, coccolato, pensato” (Lanners, Salvo, 2002).

Spesso i genitori sono “pre-occupati” per il loro bambino: il rischio è quello che la loro mente venga riempita da queste preoccupazioni e non rimanga spazio per pensare il figlio e accoglierlo per quello che è, con le sue limitazioni, ma anche con tutte le sue potenzialità. E’ fondamentale che il genitore possa dedicare questo spazio mentale al figlio in quanto l’autostima del bambino nasce dal  sentirsi unico, speciale, amato, pensato e riflesso nel e dal genitore. Questo gli permetterà di credere nelle sue potenzialità, gli darà la voglia di tentare e, provando, imparerà a cavarsela, sentendosi sempre un po’ più capace; per questi motivi lo spazio di ascolto psicologico rappresenta un punto di riferimento importante per i genitori che desiderano riflettere sulla propria relazione con il figlio.

 

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